La matita, Gommina e Temperino davanti a un sole sorridente. Copertina di Bianca Platania.

ITALIANO · CLASSE QUARTA

La matita che aveva paura di sbagliare

Una storia per scoprire che non serve essere perfetti per cominciare. Basta trovare il coraggio di provare, insieme.

Racconto completo B#ia.0Scheda di lavoro · 3 pagineFormato A4

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La lettura

Il testo completo già presente nella prova d’ingresso, reimpaginato con caratteri più grandi e paragrafi ariosi. Di Bianca Platania.

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Comprensione, sequenze, vero o falso, lessico e grammatica. Poi una breve scrittura e un disegno per trasformare un segno in un’idea.

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IL RACCONTO · VERSIONE B#IA.0

Non bisogna essere perfetti per cominciare.

C’era una volta una matita color giallo limone, appena uscita dalla fabbrica.

Aveva una punta così sottile che sembrava uno spillo, il legno profumava ancora di bosco e sulla vernice non c’era neppure un graffio.

Quando arrivò nel suo nuovo astuccio, si sistemò accanto a un righello trasparente e pensò:

— Qui farò cose meravigliose.

Aveva già un piano: avrebbe scritto soltanto parole bellissime, disegnato prati senza sbavature, case dritte e principesse con corone impeccabili.

Perché una matita così nuova e lucente, pensava, non poteva certo permettersi di sbagliare. O almeno, così credeva.

Il primo giorno di scuola, la zip dell’astuccio si aprì.

Zzzip!

La matita sentì un piccolo brivido attraversarle il legno.

— E se faccio una linea storta?

Si nascose dietro il righello.

Il giorno dopo: Zzzip!

— E se scrivo una parola male?

Scivolò ancora più in fondo.

Il giorno dopo ancora: Zzzip!

— E se non sono abbastanza brava?

E rimase lì.

Passarono i giorni. Le altre matite scrivevano, disegnavano, coloravano.

La rossa aveva perso un pezzetto di punta. La verde aveva la vernice tutta graffiata. La blu era diventata così corta che quasi spariva tra le dita.

Eppure avevano disegnato mari, draghi, alberi, pianeti, principesse, mostri con tre nasi e perfino un gatto viola che volava sulla Luna.

Lei, invece, era ancora perfetta. Perfettamente appuntita. Perfettamente lucida. Perfettamente… inutilizzata.

Finché un pomeriggio: Zzzip!

Una manina curiosa frugò nell’astuccio e afferrò proprio lei.

La matita diventò rigida come un rametto secco. Il foglio bianco si avvicinava. Sempre di più. Sempre di più…

— Non aver paura, piccolina!

La voce arrivava da un angolo dell’astuccio. Era Gommina, una gomma rosa e paffutella, con gli angoli consumati e tanti piccoli segni sulla schiena.

— Guarda me! Una volta ero grande il doppio. Ho cancellato lettere al contrario, conti sbagliati, zampe troppo lunghe e persino un sole… verde!

— Un sole verde? — domandò la matita.

— Certo! Era bellissimo. Ma il bambino lo voleva giallo.

Dal fondo dell’astuccio arrivò una risatina. Era Temperino, circondato da tanti riccioli di legno.

— E guarda me! Ogni volta che una punta si spezza, facciamo un giretto insieme e…

— …si ricomincia! — concluse Gommina.

Poi, quasi fosse una formula magica, cantarono:

Provo, cancello, riprovo ancora, ogni errore m’insegna e colora.

La matita rimase in silenzio. Guardò le sue compagne. Erano corte, graffiate, consumate. Nessuna era perfetta. Eppure avevano riempito quaderni interi. Avevano fatto nascere parole. Inventato storie. Disegnato mondi.

La matita guardò il foglio bianco. Forse non era un giudice pronto a dirle: “Hai sbagliato!”. Forse era semplicemente un posto che aspettava qualcosa da lei.

Allora smise di tirarsi indietro. La manina la appoggiò sul foglio.

Un piccolo tratto di grafite comparve sulla pagina. Poi un altro. E un altro ancora. La matita quasi non riusciva a crederci. Stava scrivendo!

Poi… Ops!

Una curva scappò un po’ troppo a destra e una “s” venne fuori tutta storta. Sembrava un serpentello che aveva deciso di mettersi a ballare.

La matita si immobilizzò. Ecco. Era successo. Aveva sbagliato.

Aspettò. Un secondo. Due. Tre. Nessun tuono. Nessuna sirena. Nessuna catastrofe.

Da dentro l’astuccio arrivò soltanto una vocina:

— Tocca a me!

Era Gommina. Sfrrr… sfrrr… La “s” ballerina scomparve.

La manina riprese la matita. E insieme provarono ancora. La nuova “s” non era perfetta. Ma andava bene.

La matita continuò. Una parola. Poi un’altra. Poi una frase intera.

Quando arrivò in fondo alla riga, si accorse di una cosa sorprendente. La sua punta non era più perfetta. Ma sul foglio c’era qualcosa che prima non esisteva. Una storia.

Dall’astuccio Gommina e Temperino ricominciarono a cantare:

Provo, cancello, riprovo ancora, ogni errore m’insegna e colora.

Quella sera la matita tornò al suo posto. Era un pochino più corta. Aveva la punta consumata e un minuscolo graffio sulla vernice giallo limone.

Si sistemò accanto al righello trasparente. Proprio nello stesso posto del primo giorno. Ma questa volta non pensò a come restare perfetta. Pensò alla pagina che avrebbe riempito l’indomani.

E finalmente capì:

Non bisogna essere perfetti per cominciare. Bisogna cominciare per imparare.

Poi guardò il suo piccolo graffio. E sorrise.

Perché certe imperfezioni non rovinano le nostre storie. Sono il segno che abbiamo avuto il coraggio di viverle.

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